Il processo di cognizione
di
Dr
Godavarisha Mishra
Il
Meccanismo della Percezione:
Il
processo di cognizione, vera o illusoria che sia, ha come suo substrato
una coscienza auto-luminosa (svaprakasa).
E’
attraverso questa coscienza che, in realtà, ogni cosa può essere
conosciuta. L’Advaita evidenzia che la conoscenza empirica include
l’uso degli organi di senso. Ora, qual è la natura e la funzione di
questi organi di senso (indriyas) che sono coinvolti nella conoscenza
empirica?
In
accordo con i Buddisti, il senso della vista
è ritenuto l’organo più importante ed è considerato come il
globo esterno (golaka). I seguaci del Mimamsaka pensano che il senso della
vista si riferisca ad un peculiare potere connesso con il golaka, che è
però interno alla sfera (indriya-akti). L’esistenza di tale potere
viene affermato in base al fatto che le persone con un organo della vista
intatto, non possono non essere capaci di percezione. Esiste un altro
punto di vista che ritiene un indriya come una sostanza sottile
localizzata nel globo, pur non essendo un vero potere. L’Advaita sembra
accettare questo punto di vista asserendo che gli indriya sono sottili
(non percepibili) e conoscibili soltanto attraverso l’intuizione.[1]
Può
essere posta la questione sul perché un indriya debba essere considerato
una sostanza materiale sottile.L’Advaita riconosce l’esistenza
di cinque elementi materiali: etere, aria, fuoco, acqua e terra, che si
dice siano originati dalle cinque corrispondenti sostanze sottili. Ogni
elemento possiede una speciale qualità (asadharana-dharma).
Quella dell’etere
è il suono e quella di aria, fuoco, acqua e terra
sono rispettivamente il tocco, il colore, il sapore e il profumo.
Essi sono tutti inanimati (jada)
come pure i loro effetti (karya).
Originando dagli elementi (bhutas), gli organi di senso sono ristretti
alle loro qualità (asadharana).In altre parole il senso
dell’udito funziona solo nel campo dei suoni, così come il senso
dell’olfatto opera solo nella sfera degli odori. Quindi ad ognuno
corrisponde un particolare campo operativo. Questo è conosciuto come
promana vyavastha. Nessuno quindi può conoscere alcunché con l’aiuto
di un solo indriya. Ogni indriya ha la capacità di raggiungere il suo
oggetto e questo processo viene tecnicamente definito come prapyakari.
Se
gli indrya non hanno bisogno di stabilire un contatto con gli oggetti che
riguardano la loro sfera d’azione, diventa logicamente possibile la
percezione di oggetti che non sono presenti. Questo, comunque, è
contraddetto dalle esperienze ordinarie in cui gli organi di senso
stabiliscono un contatto con i loro rispettivi oggetti.
Mente
o Antakarana
Esistono
tre diversi punti di vista riguardanti la natura della mente nelle
tradizioni filosofiche indiane. La scuola Nyaya Vaishesika vede la mente
come una sostanza materiale (dravya). La scuola Samkhya sostiene che è
una vera entità, una reale evoluzione della natura (prakrti).
Per
la scuola Advaita la mente è materiale ma non reale. Non è una realtà
indipendente. La sola realtà che esiste indipendentemente è il Sé o
Brahman. L’intero mondo è un prodotto di maya che non gode di alcuna
indipendenza; per la sua esistenza dipende interamente da Brahman. Maya ed
i suoi effetti sono non reali nel senso con posseggono realtà autonoma.
Dal momento che Maya dipende da Brahman per la sua esistenza, altrettanto
per estensione, avviene per la mente. Ogni oggetto materiale deve
possedere una qualche dimensione e può pertanto essere classificato in
base alla sua taglia. Si distinguono tre categorie: l’infinito
onnipervasivo (vibhu), l’infinitesimale o atomico (anu) e l’intermedio
(madhyama).
Antahkarana
è un nome comprensivo dei concetti di mente (manas), intelletto (buddhi)
e senso dell’io (ahamkara). In certe tradizioni include anche la
funzione della memoria (citta). Dal momento che la mente è modificabile,
va incontro a cambiamenti (vrttis).
-
La
Katha Upanisad evidenzia l’esistenza della mente
-
La
Nyaya Vaishesika afferma che in assenza della mente nessuna conoscenza
è possibile. Se avviene conoscenza è presente la mente.
-
La
mente è conosciuta direttamente attraverso l’esperienza (anubhava)
quindi la sua esistenza non può essere messa in dubbio.
Nel
suo famoso Pancadasi, Vidyaranya afferma che il Sé è l’ultimo
presupposto per ogni cognizione. E’ necessario ma non è direttamente
coinvolto nel processo di cognizione, dal momento che illumina ogni cosa
senza sforzo. Nessuna specifica conoscenza può essere ottenuta dal solo Sé.
La conoscenza richiede invece una intricata coordinazione del Sé, degli
organi di senso e della mente. Il Sé non può conoscere niente dal
momento che il processo di conoscenza include i seguenti tre fattori: il
conoscente, l’oggetto conosciuto e l’atto di conoscere. Mancando il Sé,
che è pura consapevolezza, la mente e gli organi di senso non possono
dare origine ad alcuna particolare conoscenza, dal momento che la loro
natura è esclusivamente materiale. Il Sé acquisisce la sua capacità di
conoscere grazie agli organi di senso e alla mente che funzionano come
coadiutori (upadhis). La singola conoscenza è possibile per il Sé
soltanto con il contributo della mente e dei sensi. E’ soltanto quando
la mente è in stretta vicinanza con il Sé, quando la pura coscienza la
pervade completamente tanto da rendere difficile la differenziazione tra
le due, che si verifica il fenomeno della conoscenza.
L’antahkarana
è in grado di riflettere la coscienza così com’è, essendo pervaso da
essa. Tale riflessione è definita cit-pratibhasa o pratibimba. In tale
complicato evento che Vidyaranya definisce relazione (sahaja), il Sé è
il “bimba”, l’originale, il prototipo.
La
relazione tra la coscienza e
i suoi attributi è falsa. Tale relazione è causata dall’erronea
associazione dell’antahkarana con il Sé che è pura coscienza e
viceversa. L’associazione o identificazione tra due entità di natura
differente è falsa ed in effetti, impossibile. Nell’Advaita questa
falsa relazione è chiamata tecnicamente tadatmya-sambhada. Come risultato
di questa relazione, si verifica una involuzione o caduta della coscienza;
dopo di che la coscienza che è una, indivisibile e priva di relazioni,
appare essere limitata dall’organo mentale. Il Sé si individua come
risultato di questa falsa relazione con l’antahkarana, e si manifesta in
forma di IO comunemente definito come EGO. Ancora si deve ricordare che la
commistione della coscienza con l’organo mentale non si può verificare
realmente dal momento che le loro rispettive nature sono totalmente
diverse.
Sintetizzando
questa discussione, la coscienza da sola non può conoscere niente né può
farlo l’organo mentale: soltanto l’ego, prodotto dalla loro falsa
unione, ha la facoltà di conoscere e ci si riferisce ad esso come al
conoscente (pramata). La falsa relazione tra la coscienza e l’organo
mentale, avviene naturalmente. Non possiamo mai sapere il momento in cui
la coscienza inizia la sua relazione con l’antahkarana . Per gli
Advaitin essa è senza inizio (anadi). Comunque tale relazione cessa con
la Realizzazione.
Gli
organi di senso quali appendici del Sé
Esiste
anche una falsa associazione o identificazione con gli organi di senso. Da
questa relazione sorgono i vari concetti quali “i miei occhi, i miei
orecchi” e così via. Conseguentemente i difetti dei sensi sono riferiti
alla persona cosicché la gente afferma: “io sono cieco, io sono
sordo”, etc.
Il
corpo come appendice del Sé
La
gente si identifica con le varie qualità del corpo ed afferma: “sono
grasso, sono bello, sono un maschio” etc. Vidyaranya asserisce che
questo tipo di associazione è determinato da azioni precedenti (karmajam)
dal momento che il tipo di organi di senso ed il corpo che uno utilizza in
questa vita, sono determinati dalle azioni precedentemente compiute.
Oggetti
esterni quali appendici del Sé
Esiste
inoltre associazione con individui, oggetti e concetti come ad es. il
proprio figlio, la propria moglie, la propria casa , il proprio paese etc.
Questi tipi di associazione comunque, sono meno marcate di quelle riferite
all’organo mentale, al corpo e ai sensi.
Le
associazioni o le identificazioni sopra descritte, rendono possibile la
vita empirica. Strettamente parlando, gli Advaitin credono che solo la
pura coscienza esista, sostengono cioè che nel Sé non c’è traccia di
dualità. Il Sé è libero da attributi e da caratteristiche (nirvisea) ma
a causa della falsa associazione con l’antahkarana e con il resto, esso
sembra avere delle qualità. L’errata associazione sopra descritta
rappresenta, come afferma Shankara nei suoi Brahmasutra-bhasya , la
sorgente di tutti i dolori, dal momento che essa affligge gli individui ed
influisce su tutti gli aspetti della società. La Liberazione è la fine
di tali associazioni.
Erronea
Percezione (Khyativada):
Dal
momento che l’identificazione dell’anima con le appendici dell’antahkarana
determina un’erronea identità, diventa importante comprendere
chiaramente cosa vuol dire, in questo contesto, un’errata percezione e
come si verifica.
Abbiamo
già visto che non ci può essere processo cognitivo privo di contenuti,
giacché ogni conoscenza ha un oggetto, che sia vero o illusorio.
L’assenza di un’entità, per esempio un vaso, può essere conosciuto
attraverso l’anupalabdhi. Nel caso della conoscenza dell’assenza di un vaso in un certo
luogo e tempo, tale assenza è essa stessa l’oggetto di tale conoscenza.
In
Sanskrito, la parola “khyati” sta per conoscenza; nell’Advaita
Vedanta essa significa errore di percezione. In tutti i casi di
percezione, vera o errata che sia, gli oggetti percepiti sono direttamente
manifestati all’ente che percepisce. La conoscenza percettiva appartiene
agli oggetti direttamente manifestati. Nell’immagine della
corda-serpente, dove l’iniziale cognizione “Questo è un serpente”
viene superata dalla seconda e vera “Questa è una corda”, è sempre
lo stesso oggetto che viene direttamente manifestato ogni volta. E’ la
falsa percezione del serpente che è cancellata dalla seconda percezione,
ma il vero contenuto di entrambi le percezioni
è sempre e solo lo stesso. Quanto
è reale una corda-serpente? Esistono due opposte teorie in materia,
chiamate satkhyati e asatkhyati. Secondo la prima teoria il contenuto di
una errata percezione, il serpente, è esistente (sat). Secondo la seconda
è totalmente non-esistente (asat).
La
scuola buddista Madhyamika sostiene la seconda teoria. Secondo questa
scuola, ogni cosa è non–esistente
e dunque la cognizione è sempre nei confronti di qualcosa che non esiste.
Gli Advaitin sono molto critici riguardo a tale posizione; asseriscono che
semplicemente non è possibile percepire qualcosa non-esistente, in quanto
ciò si oppone alla scienza e alla ragione.
La
cognizione dell’assenza di una rosa rossa presuppone l’affermazione
dell’esistenza di una rosa rossa, che può allora essere negata, cosicché
ogni negazione presuppone affermazione.
La
scuola buddista Vijnanavada è la più ardente esponente di questa teoria
che essa chiama atmakhyati. In accordo con questa teoria, la conoscenza
momentanea è la sola realtà.
Questa
scuola sostiene che non esiste realtà esterna al di là di una
soggettiva, continua, serie di cognizioni momentanee. E’ proprio questa
cognizione soggettiva che appare come oggetti esterni. I suoi seguaci
ritengono che la cognizione e il conosciuto sono sempre percepiti insieme.
Gli Advaitin sono svelti a mostrare le manchevolezza di tale punto di
vista sulla base dell’esperienza di sogno, dell’errata percezione etc.,
in cui la conoscenza e gli oggetti non sono identici. Nell’Advaita,
(l’epistemologia è sempre pragmatica), la cognizione rivela gli oggetti
esterni e non viceversa.
Inoltre
gli Advaitin sostengono che se se la cognizione fosse realmente
momentanea, non ci sarebbe alcuna possibilità di distinguere tra varie
cognizioni. Uno può nominare la parola “vaso” solo quando esso esiste
in una sfera di conoscenza esterna, come a dire che il vaso, l’oggetto
di conoscenza, esiste là fuori.
Anche
nel caso di una errata percezione come
quella della corda-serpente, la cognizione della forma “Questo è
un serpente” corrisponde alla falsa percezione di un qualcosa esistente
esternamente a sé stessi. Infine per gli Advaitin, i Vijnanavadin che
sostengono questa teoria sono incapaci di spiegare correttamente la
negazione (badha), giacché sostengono che niente esiste di esterno,
essendo ogni cosa lo stesso soggetto.
Riguardo
alla teoria Akhyati, non c’è niente che possa essere definito errata
cognizione. La conoscenza percettiva è divisa in due: valida cognizione e
ricordo. Ogni cognizione è naturalmente valida. La cognizione errata è
piuttosto un complesso di verità e falsità.
Ogni
oggetto ha delle caratteristiche che sono sia generali che specifiche. Nel
processo cognitivo “Questo è un serpente”, “questo” è una
caratteristica generale. La caratteristica speciale è quella portata
dalla memoria e viene attribuita al presente oggetto. Così quel che è
evidente nella interpretazione della teoria Asatkhyati è la
non-comprensione della differenza tra ciò che è percepito e ciò che è
ricordato. Gli Advaitin criticano questo punto di vista dicendo che se è
accettabile l’incompletezza della percezione, non si può dire
altrettanto per la memoria.
Ci
sono altre interpretazioni per la teoria asatkhyati: la cognizione diversa
e quella indescrivibile. Dobbiamo ora focalizzare la nostra attenzione su
quest’ultima, adottata dagli Advaitin. Nell’Advaita, lo stato
ontologico della erronea percezione è definito come né esistente (sat) nè
non-esistente (asat) ma come indeterminabile. Per gli Advaitin, come già
detto, esiste solo ciò che non è osservabile ed è il Se, Brahman/Atman.
Qualunque cosa sia diversa dal Se’ non ha realtà ed è asat. Non c’è
oggetto corrispondente a ciò che è non-esistente; è come un
cerchio-quadrato o un fiore-di-cielo. Tale ente non può mai essere
oggetto di una vera conoscenza e può solo essere percepito illusoriamente.
Comunque allo stesso tempo tale oggetto di percezione non può essere
totalmente non-esistente, dal momento che appare. Per correggere questa
impasse ontologica gli Advaitin introducono una terza categoria diversa da
sat e asat per definire le
apparenze come la corda-serpente. Tale categoria indeterminabile include
tutti gli oggetti falsi le cui caratteristiche non corrispondono né a sat
né a asat.
Tra
i fattori che portano ad errata percezione, i seguenti sono i più
importanti:
-
Un
difetto nel significato della conoscenza (promana)
-
Un
difetto nell’oggetto di conoscenza (prameia).
-
Un
difetto nel conoscitore (pramata)
-
Una
conoscenza dell’oggetto in senso generale
-
Ignoranza
riguardo alla natura di un oggetto (avidya)
L’impressione
di un oggetto nato fuori della sua precedente esperienza
______________________
note:
1.IL
concetto può essere espresso in questi termini: ogni azione richiede una
premessa-maggiore (karana). La percezione è una premessa-minore quindi la
percezione richiede uno strumento e indriya è lo strumento coinvolto nella
percezione.
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