Biografia di Patañjali

Fondatore del sistema dello yoga e autore degli Yoga Sutra,
l’antico testo che stabilisce la pratica e la filosofia dello yoga.

La Biografia

1) I genitori e la nascita

Di Patañjali conosciamo molto poco. Anche i dettagli più importanti della sua biografia sono oggetto di disputa e del poco che sappiamo, quasi tutto si confonde con la leggenda.

Da un millennio si discute riguardo alle date della nascita e della vita di Patañjali. Alcuni autori suggeriscono che sia vissuto nel quarto secolo prima di Cristo, mentre altri insistono che sia vissuto nel sesto secolo d.C.. La ragione di questa forte divergenza nelle possibili date è la tradizione, comune a quel tempo (esisteva anche nell’antica Grecia e crea ancora enormi problemi agli storici), di attribuire ogni saggia affermazione, a qualcuno gia noto per il suo grande valore. Al fine di rendere più accettabili e autorevoli i propri contributi, gli autori successivi furono lieti di concedere credito alle affermazioni attribuite ai loro illustri predecessori, che acquisirono pertanto una smisurata longevità. Di fronte a tale evidenza il meglio che si può fare adesso è di dar credito alle più probabili date della nascita e della morte di Patañjali. Dal momento che l’opera più nota di Patañjali, gli Yoga Sutra, si presenta in forma di lucidi aforismi, la data più probabile cade tra il quarto e il secondo secolo prima di Cristo. E’ infatti attorno a tale epoca che lo stile degli aforismi, non solo ebbe la sua massima diffusione, ma  raggiunse probabilmente il suo più alto livello stilistico. L’opera di Patañjali è largamente riconosciuta come l’esempio più raffinato nella tecnica dei sutra. La data più probabile, secolo più, secolo meno, oscilla attorno al 250 a.C..

Cercare di raccogliere informazioni sui genitori di Patañjali pone ulteriori problemi. Secondo la leggenda era il figlio di Angiras, uno dei dieci figli di Brahma il Creatore, e di Sati, la consorte di Shiva. Se così fosse, sarebbe non solo il nipote del Creatore dell’universo, ma anche il fratello di Brhaspati, signore della sapienza e dell’eloquenza e grande offerente di sacrifici.

Secondo un’altra leggenda, poco prima che Patañjali nascesse, il Signore Vishnu stava seduto sul suo serpente, Adisesa. (Adisesa è infatti una delle numerose incarnazioni di Vishnu). Mentre sedeva sul suo serpente-carrozza, Vishnu fu incantato dalla danza di Siva. Vishnu fu talmente scosso che il suo corpo iniziò a vibrare ed a martellare pesantemente su Adisesa che provò un forte disagio. Quando la danza ebbe termine il peso si alleggerì istantaneamente. Adisesa chiese a Vishnu cos’era successo. Saputo della danza, Adisesa volle impararla e potè così danzare per la gioia di Vishnu, suo Signore. Vishnu rimase colpito e predisse a Adisesa che Siva l’avrebbe benedetto per la sua comprensione e devozione e che un giorno si sarebbe incarnato in modo da inondare l’umanità di benedizioni e da soddisfare il suo desiderio di danzare. Adisesa cominciò subito a riflettere su chi avrebbe potuto essere sua madre. Allo stesso tempo una donna virtuosa di nome Gonika, totalmente devota allo yoga, stava pregando e cercava qualcuno che diventasse per lei un degno figlio. Essa desiderava portare avanti la conoscenza e la comprensione raggiunti attraverso la pratica yoga. E dal momento che i suoi giorni sulla terra erano già in gran parte trascorsi senza che essa avesse trovato un candidato, si prostrò di fronte al Sole, la manifestazione terrena della luce e della presenza di Dio. Raccolse la sola offerta che potè trovare – una coppa d’acqua tra le mani – e lo implorò di benedirla con un figlio. Poi si pose a meditare di fronte al Sole, preparandosi ad offrire la sua semplice ma sincera offerta. Vedendo tutto questo Adisesa – il trasportatore di Vishnu – comprese di aver trovato la madre che stava cercando. Proprio quando Gonika stava per offrire la sua coppa d’acqua al Sole, guardò le sue mani e rimase stupita nel vedere un sottile serpente che si muoveva tra le sue mani. Ed ancor più si stupì quando un attimo dopo il serpente assunse una forma umana. Si trattava di Adisesa, che a sua volta si prostrò di fronte a Gonika pregandola di accettarlo come suo figlio.

 

2) Il luogo di nascita


Anche il luogo della nascita di Patañjali non è ben chiaro, né si sa esattamente dove visse. Il Monte Meru si erge al centro dell’universo ed è generalmente considerato un’allegoria della spina dorsale dell’umanità. Esso è circondato da diversi continenti. Quello centrale che circonda il Monte Meru, è chiamato Jambudvipa a causa dell’albero di Jambu che abbonda su di esso. Un particolare albero di Jambu si erge orgogliosamente in vetta al Monte Meru. I suoi frutti e fiori sono visibili da ogni punto del continente e sono fortemente desiderati dai suoi abitanti. Jambudvipa si divide in nove (alcuni sostengono sette) Varshas o regioni separate da catene di montagne. I loro nomi sono Bharata, Ilavrita, Hari, Kuru, Hiranmaya, Ramyaka, Ketumala, Bhadrasva e Kimnara. L’India viene talvolta considerata come la stessa Jambudvipa ma più spesso viene detta essere la Bharatavarsha. E’ il luogo dove vivono i Bharata ed i loro discendenti. Il primo di essi è Agni, dio del fuoco ed autore del Rig Veda; i discendenti sono coloro che pregano porgendo delle offerte. Soltanto nel Bharatavarsha esistono i quattro yuga o epoche (Krita, Treta, Dvapara e Kali), ed è quindi il Bharatavarsha che  permette un corretto passaggio del tempo e lo smaltimento del karma. Ma mentre il Bharata può normalmente contenere il tempo, le azioni e le loro conseguenze come le conosciamo, tuttavia è pieno di devoti che praticano intensamente le necessarie austerità religiose e spirituali. Ciò rappresenta una speranza di salvezza per tutti gli abitanti. Quindi, sebbene Bharata possa essere un posto ‘ordinario’, è anche un luogo molto 'speciale'. Gli altri otto varsha contengono vari esseri che sono al di là del tempo e del karma e che quindi non fanno altro che godere i frutti delle loro precedenti esistenze.

La Tradizione sostiene che il saggio Patañjali non nacque in Bharatavarsha, nè in alcun altro luogo ordinario. Nacque invece in Ilavritavarsha. Alcuni insistono che Ilavrita non è una delle divisioni di  Jambudvipa ma un luogo che sta al di là. E’ abitato solo da dei e da quei pochi esseri spirituali che incarnano la suprema spiritualità e trascendenza. Ilavrita quindi, non è strettamente una parte dell’India, o di un altro paese della terra, ma un luogo eterno e celestiale.

Al fine di placare tutti quelli che vogliono essere sempre rigorosi e non danno credito ad alcuna cosa che non sia verificabile, è forse saggio concedere che tutti questi racconti intorno alla nascita di Patañjali  siano delle allegorie. Potremmo concludere  dicendo che, come avviene per tutti i grandi rishi e saggi che hanno illuminato l’umanità, Patañjali sia venuto in questo spazio-tempo terreno da altre sfere. Venne per trasmettere la conoscenza a vantaggio di quegli abitanti di Bharata che – afflitti come sono dal tempo, dall’esistenza, dalle cause e dagli effetti – sono ansiosi di riceverla e di assorbirla.

 3) La vita


Quali che siano il luogo e la data di nascita, Patañjali venne al mondo per realizzare il suo destino.  Come era da attendersi data la sua origine, non ebbe un’infanzia ordinaria. Pare che sia stato in grado di comunicare perfettamente dal momento della nascita ed anche il vigore dell’intelletto e la capacità di discorrere furono quelli tipici dei saggi, dei rishi e dei veggenti. Patañjali non solo analizzò e discusse accuratamente gli aspetti del presente, ma mostrò di conoscere con precisione il lontano passato ed il futuro vicino e distante. L’occhio, la mente e la bocca erano di tale intensità che una volta, quando gli abitanti di Bhotabhandra scelsero di disturbarlo nel pieno delle sue austerità religiose, li ridusse in cenere con nient’altro che la sua parola. Anche il suo matrimonio è avvolto dalla leggenda. Pare che un giorno abbia scoperto una squisita e incantevole fanciulla, Lolupa, nel cavo di un albero sul pendio settentrionale del Monte Sumeru, la vetta della montagna celeste dell’illuminazione. Egli la prese subito in sposa, unendosi indissolubilmente ai frutti della sua ricerca spirituale, e visse felicemente fino a tarda età.
 

4) Il suo ritratto


Come viene dipinto in molte raffigurazioni,  Patañjali è ritenuto una incarnazione del serpente Ananta, il cui nome significa 'colui che è senza fine' e che è un’altra forma di Adisesa. Il Signore Vishnu siede sopra Adisesa prima dell’inizio della creazione. Patañjali stesso è generalmente dipinto come mezzo uomo e mezzo serpente, con il torso umano che emerge dalle spire del serpente che si risveglia al momento della creazione. Il serpente rappresenta l’energia creativa. Le mani di Patañjali stanno nella posizione Indiana tradizionale del saluto 'namaste', talvolta definita come 'añjali' o offerente. Siccome il termine ‘pata’ vuol dire caduto, 'Patañjali' può essere semplicemente tradotto come 'la grazia che discende dal Cielo'. Egli viene generalmente dipinto in una trance meditativa. Le sue mani benedicono coloro che si sono avvicinati a lui alla ricerca dello yoga e delle sue verità. Il suo saluto allevia con la grazia le loro fatiche ed assicura che esse porteranno frutto. Patañjali infatti non ha due mani ma quattro. Le due poste di fronte benedicono nel gesto añjali mentre le altre due sono sollevate in alto. Una di esse tiene il sankha, la conchiglia che rappresenta l’energia del suono. Essa invita i meditanti alla pratica ed annuncia l’imminente fine  del mondo come essi lo conoscono. L’altra mano alzata afferra il cakra, il disco che rappresenta sia la ruota del divenire, sia la legge di causa ed effetto.  

5) Le sue opere


Quando si tratta di definire le opera di Patañjali, l’incertezza continua. Un ruolo importante (che non sorprende tenendo conto dei sui natali) è quello di grande danzatore. Anche ai nostri giorni i danzatori indiani che lavorano nella tradizione classica, lo invocano e gli rendono onore. Per questo Patañjali è il santo protettore della danza.

Qualcuno sostiene anche che egli abbia scritto un trattato di medicina aiurvedica. Certo è che il testo in questione tratta di ciò che è stato il massimo interesse di Patañjali: la diagnosi delle malattie, la struttura e la funzione del corpo umano, il mantenimento di una buona forma fisica, il benessere e il buon aspetto; riguarda inoltre le proprietà curative dei vari farmaci e le tecniche necessarie per somministrarli. Tutto ciò è menzionato negli Yoga Sutra. Ma sebbene la tradizione sostenga strenuamente che lo scrittore del testo aiurvedico sia lo stesso Patañjali che ha scritto gli Yoga Sutra, gli studiosi non accettano questo come un fatto sicuro. C’è però un argomento che può essere portato contro questi studiosi a dimostrare il loro errore. Gli Svayambhus – esseri divini che portano avanti la loro esistenza senza causa, che sono privi di karma, e che manifestano se stessi come esseri evoluti ed altamente spirituali per l’elevazione dell’umanità – in nessun modo sono obbligati al rispetto dei fatti storici.

Le acque vengono ulteriormente intorbidate quando si considera un altro grande trattato attribuito a Patañjali. Si discute ancora sul fatto che un uomo famoso di nome Patañjali nacque in Gonarda e visse per un certo periodo in Kashmir. “questo” particolare Patañjali visse e scrisse approssimativamente nel140 a.C.. Era un illustre grammatico ed il suo Mahabhashya o Grande Commentario sulla grammatica di Panini, fu magistrale. E’ conosciuto e studiato ancora oggi. Ma il Mahabhashya fu molto più che un semplice commentario. Il Patañjali che lo scrisse ampliò moltissimo il lavoro di Panini. Ridefinì le regole della grammatica Sanskrita, allargò enormemente il suo vocabolario, dette al Sanskrito un potere tale da renderlo uno strumento artistico, sottile e raffinato, in grado di esprimere qualunque pensiero umano. Egli non costruì semplicemente un corpo teorico, ma dimostrò tutte le possibilità del Sanskrito attraverso la sua abilità nel padroneggiarlo. Chiaramente ci chiediamo se questo particolare  Patañjali fu o meno lo stesso che scrisse sull’ayurveda, lo stesso che scrisse sullo yoga ed anche se fu il protettore della danza. Mettendo a fuoco le sue opere sulla grammatica e sullo yoga, esiste l’inevitabile problema di verificare le date ed i luoghi. Il Patañjali degli Yoga Sutra visse sicuramente diversi secoli prima del Patañjali del Mahabhashya. Per quanto riguarda quest’ultimo le date possibili sono abbastanza ristrette. Accanto a ciò esistono alcune aspetti che riguardano i testi. Le contraddizioni filosofiche tra i due testi sembrerebbero indicare che essi semplicemente non possono avere lo stesso autore. Questo comunque non è un argomento sufficiente. E’ abbastanza facile, dopo tutto, trovare scrittori che esprimono idee contraddittorie in libri su differenti soggetti scritti in differenti momenti della loro vita. Oltretutto un lavoro di grammatica è un oggetto molto diverso da uno di yoga. Non c’è certo da meravigliarsi se idee che mostrano il loro aspetto migliore in un campo, non sono adeguate se trasportate in un altro campo. Il punto è certamente che entrambi sono eccellenti lavori nei loro rispettivi campi, con argomenti impeccabili e strutture logiche. Sono esattamente ciò che devono essere e non avrebbe senso pretendere che fossero completamente compatibili con gli altri. Detto questo, prendiamo atto che la tradizione che riunisce questi tre Patañjali (Quattro se si aggiunge la danza alla grammatica, alla medicina e allo yoga), è andata avanti per due millenni e non sembra in procinto di morire tanto presto.

 6) Il suo contributo


Sfortunatamente la confusione riguardo alla vita di Patañjali si estende anche alla cosa che lo ha reso famoso: gli Yoga Sutra. Esistono dubbi riguardo a tre aspetti importanti. Patañjali scrisse realmente gli Yoga Sutra? Se lo fece fu lui il vero autore o fu semplicemente un ordinatore di cose già scritte? E accettando che la risposta alla prima domanda sia affermativa, il testo che abbiamo oggi è quello autentico?

Probabilmente la più grande controversia riguarda il quarto pada o capitolo degli Yoga Sutra. Alcuni commentatori sostengono che lo stile e i contenuti sono molto diversi dai primi tre. Prima di tutto è eccezionalmente corto. Questa brevità non avrebbe particolare importanza se non fosse per la struttura dell’argomento. I primi tre capitoli sembrano sviluppare i loro temi in maniera non dogmatica. Il quarto, al contrario, sembra molto più precipitoso e sembra che si sforzi di fissare un concetto. Il Sutra 16 è probabilmente il più controverso di tutti come è stato evidenziato dal settimo commentario di Vyasa. Ad un certo punto sembra che Vyasa esponga il pensiero di Patañjali utilizzando argomenti tratti dal Buddhismo. In un altro momento sembra affermare che una particolare affermazione che sta spiegando è in ogni caso un’affermazione di Patañjali. Un altro punto controverso riguarda il fatto che, contrariamente ai primi due capitoli, il terzo termina con la parola 'iti'. 'Iti' significa approssimativamente 'così come fu inteso' (qualcosa di simile al termine QED cioè quod erat demonstrandum, tipico dei testi di geometria del medioevo e del rinascimento). E’ il modo tradizionale di concludere i testi Sanskriti, un modo per dire due volte la parola “Fine” in un libro. I critici sostengono che è strano che un libro contenga due volte la parola 'iti' o 'Fine’. Coloro che affermano l’unità degli Yoga Sutra, sostengono che il quarto capitolo sia fisicamente e metafisicamente coerente con i precedenti tre e che i quattro capitoli presi insieme mostrano un notevole grado di omogeneità e consistenza tematica. Ciò che fa il quarto capitolo è di descrivere lo stesso argomento ma dal punto di vista di qualcuno che ha già raggiunto il suo scopo, e non di qualcuno che ancora sta cercando. Gli scettici ribattono prontamente dicendo che chiunque voglia rifilare una tardiva interpretazione come parte dell’originale, andrebbe incontro ovviamente a questo genere di problemi. Chiaramente è importante ribadire che i primi tre capitoli che rappresentano la pietra di paragone, sono indiscutibilmente opera di Patañjali. Anche una tale affermazione diviene infine difficile in quanto si discute ancora sul senso di alcuni sutra  (di cui il sutra 22 del capitolo III è probabilmente il più famoso esempio). Anche questo, sostengono i critici, sembra essere una interpolazione più tardiva che interrompe l’armonioso flusso dell’opera. E’ evidente che questo annoso dibattito intorno alla effettiva autenticità dell’opera non è tale da essere facilmente risolto.

E’ inoltre difficile definire quale sia stato il reale contributo di Patañjali, riguardo alla pratica dello Yoga. Questa pratica esisteva già prima di lui. Le più antiche Upanishad fanno riferimento ad esempio al pranayama, la scienza del respiro. La più tardiva  Katha Upanishad, assieme ad una mezza dozzina di altre dello stesso periodo, indica l’esistenza di molteplici differenti sistemi di yoga già conosciute da lungo tempo. Le Upanishad più specificamente yogiche come la Hamsa, la Yogatattva, la Yogakundali ed altre, sono più tardive e danno indicazioni, per quanto oscure, per le varie asanas ed altre discipline yogiche. Sebbene lo yoga sia essenzialmente una descrizione di tecniche, è anche una filosofia ed una metafisica. Tra le Upanishad, probabilmente soltanto la Maitrayana ha una chiara inclinazione verso la filosofia Sankhya, un sistema rivolto ad una piena emergenza dello yoga come sistema di pensiero. Lo Yoga è complementare al  Sankhya. Ha lo scopo di realizzare lo Spirito che sta all’interno della natura come sostiene il Sankhya. Dal tempo del Mahabharata – il grande poema epico che rappresenta la storia antica dell’India – sia il Sankhya che lo Yoga vengono definiti antichi sistemi di pensiero già esistenti. E’ logico quindi che abbiano avuto dei fondatori. Kapila è ritenuto il codificatore del Sankhya mentre  Hiranyagarbha riveste un ruolo simile per lo Yoga. Secondo quanto sostiene la Ahirbudhnya, Hiranyagarbha rivelò l’essenza dello yoga nel Nirodha Samhita e nel Karma Samhita. E non è certo una coincidenza che il secondo sutra degli Yoga Sutra definisce lo yoga in termini di nirodha. Non solo, ma il  Nirodha Samhita è spesso chiamato Yoganushasanam, proprio con le parole con cui Patañjali inizia gli Yoga Sutra. Pare quindi evidente che Patañjali abbia attinto abbondantemente ad opere preesistenti che trattavano del Sankhya e dello Yoga.

Sebbene Patañjali (come evidenziato nei suoi Yoga Sutra) appartenga chiaramente al lignaggio di  Hiranyagarbha e Kapila, differisce da loro per alcuni aspetti. Questo può dipendere dal fatto che le idée di Patañjali erano particolarmente originali. Ma lo yoga era associato con la tradizione degli shramana, i mendicanti e cercatori della foresta, che avevano discipline e linee di pensiero molto variabili. Sembra quindi probabile che Patañjali abbia tentato di riportare ordine in un sistema caratterizzato da metodi molto diversi gli uni dagli altri. Alcuni insistono che egli abbia in realtà riunito e legato insieme un gran numero di antichi testi, la maggior parte dei quali oggi è andata perduta. Quale che sia stata la sua ispirazione, Patañjali sembra aver proposto molte idée che non appartenevano né al Sankhya né allo Yoga. Ad esempio riconosce l’ego, ma non lo accetta come un principio separato, riconosce il corpo sottile, ma non lo ritiene permanente e nega che possa operare direttamente sulle cose esterne. Queste idee differiscono dal pensiero dominante dell’epoca, sia del Sankhya che dello Yoga. Come ogni altra questione riguardante Patañjali, anche per questi aspetti è difficile definire la verità. Gli Yoga Sutra  potrebbero rappresentare il suo pensiero originale riguardo al Sankhya ed allo Yoga. D’altra parte potrebbe aver reinterpretato e chiarito ciò che altri hanno affermato, ripulendo tutto ciò dalle contraddizioni. In ultima analisi possiamo affermare che egli ha affrontato numerosi argomenti, alcuni dei quali risalenti ai Veda e alle Upanishad e l’ha fatto con ciò che la moderna psicologia chiamerebbe “genio”. Ciò che in passato era stato oscuro per lungo tempo, l’ha incapsulato nel cuore dei suoi sutra, e ciò che era stato astratto e incomprensibile, lo ha reso praticabile attraverso il pensiero e l’esperienza di una lunga linea di insegnanti. Mentre all’inizio lo Yoga Sutra sembra essere un testo scarno e teoretico, in realtà esso spiega la natura e la psicologia umana, essendo anche un manuale essenzialmente pratico per ricercatori spirituali avanzati.

Concludendo, le incertezze storiche riguardanti Patañjali non sono di grande importanza per coloro che vogliono trarre un qualche insegnamento dalle cose che ha scritto, in particolare il raggiungimento della tranquillità interiore e di una realizzazione spirituale. Si può discutere sulle origini e sull’autore, ma gli Yoga Sutra restano un sistema coerente ed autonomo in grado di sostenere il cercatore spirituale a livello teorico e pratico. La ragione della sua longevità e l’alta considerazione in cui viene tenuto è che Patañjali ha costruito un modello capace di supportare i numerosi modelli di comprensione che una persona può attraversare nella sua vita.

© 1999 Kofi Busia

 

 

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